Una lettera dal carcere di Rieti.

Qualche giorno fa è stata letta su Radio Radicale una lettera da “Claudio, persona detenuta nel carcere di Rieti”.
Sabina Radicale ne offre di seguito la trascrizione. La lettura può essere ascoltata, dalla voce di Riccardo Arena, il conduttore della rubrica settimanale Radio Carcere, su:
https://www.radioradicale.it/scheda/721692/radio-carcere-il-carcere-di-velletri-tra-malati-di-mente-e-detenuti-condannati-allozio?f=0&p=0&s=1960&t=2273

<<Caro Riccardo, anche nel carcere di Rieti, che sulla carta potrebbe funzionare bene, noi detenuti siamo di fatto costretti a vivere in condizioni vergognose; per prima cosa infatti anche qui c’è sovraffollamento, tanto che siamo quattrocentocinquanta detenuti a fronte di duecentonovanta posti effettivi; un sovraffollamento questo che ci costringe a vivere nelle celle in quattro detenuti: una convivenza forzata che diventa più difficile se consideri che qui la maggior parte dello spazio è occupato dai letti e di fatto noi non abbiamo spazio per poterci muovere, figurati se possiamo avere tre metri quadri a testa.

Inoltre non solo siamo costretti a dormire su materassi che sembrano delle sottilette ma sotto le finestre delle nostre celle c’è talmente tanta sporcizia che sembra una enorme discarica a cielo aperto: un ammasso di sporcizia puzzolente che attrae i gabbiani e i piccioni ma anche che attrae topi e cimici che invadono le nostre celle.

Pensa che qui siamo ridotti talmente male che diventa un problema anche mangiare e questo perché il vitto che ci danno è poco ed è cattivissimo.

Ma anche se può sembrare strano, nel carcere di Rieti c’è chi sta peggio di noi e mi riferisco ai ragazzi detenuti stranieri, che vivono in condizioni a dir poco precarie ovvero in assoluta povertà, senza vestiti puliti e senza che ci sia qualcuno che li possa aiutare.

In questo mondo dimenticato che è il carcere di Rieti la cosa che ci pesa di più qui dentro è l’abbandono che dobbiamo subire ogni giorno: qui infatti non ci sono volontari, non c’è la Caritas e non abbiamo neanche la possibilità di ricevere un aiuto psicologico o qualcuno che semplicemente ci ascolti.

Un abbandono questo che riguarda anche chi tra noi è malato e non viene curato in modo giusto ovvero persone detenute che non vengono monitorate, controllate e che spesso non possono neanche prendere le medicine che gli servono perché quelle medicine non ci sono in carcere; infatti anche nel carcere di Rieti se c’è una medicina che non manca mai sono gli psicofarmaci ovvero le gocce come le chiamiamo noi in carcere, psicofarmaci che vengono dati a richiesta e che ti fanno dormire per tutto il giorno. Ma sbaglio o per dare ai detenuti questi psicofarmaci servirebbe una prescrizione medica? Questa prescrizione medica esiste o non esiste ogni volta che un detenuto prende uno psicofarmaco?

Insomma gli unici che sono presenti davanti a noi, gli unici che cercano di aiutarci, sono gli agenti della polizia penitenziaria; agenti che tra l’altro qui a Rieti sono pochi e sono costretti a fare dei turni massacranti.

Un’ultima cosa: anche se in questo carcere ci sono diversi locali dove poter lavorare, di fatto qui la maggior parte dei detenuti non fa nulla per tutto il giorno e anche la famosa falegnameria che tanto pubblicizzano sui giornali locali è chiusa da tempo.

Credimi io di carceri ne ho girate, ma un carcere, una galera ridotta male come quella di Rieti non l’avevo mai vista; ciao e alla prossima.>>

Pur mancando Sabina Radicale da oltre un anno nel visitare l’Istituto (ma a breve concorderemo con la Direzione una visita anche per i numerosi cittadini che hanno aderito alla iniziativa www.devivedere.it) possiamo dire che il quadro sia corrispondente a quanto conoscevamo ed avevamo riportato (fatta eccezione per problemi specifici di igiene o che, come il vitto, possono cambiare nel tempo). Stupisce, conoscendo lo stato di fatiscenza di altri istituti, l’affermazione conclusiva del detenuto ma come lui stesso dice “la cosa che ci pesa di più è l’abbandono”, intendendo la mancanza o insufficienza di lavoro, attività, assistenza.

Morire di sciopero della fame a Rieti, fa notizia in Italia?

Finalmente, dopo tre settimane dalla morte per sciopero della fame di Stefano Bonomi, il 65enne detenuto a Rieti, il giornalista Luigi Mastrodonato – che già aveva cercato di far luce sui decessi a Rieti nella rivolta del 2020 – è riuscito a portare la vicenda ad un livello nazionale, con un dettagliato articolo sul Domani.

Ne emerge un quadro di diverse fragilità che hanno fatto sì che Stefano, nonostante l’attenzione che gli è stata dedicata all’interno dell’Istituto di Rieti, rimanesse schiacciato da una giustizia, carceraria e non, che ha tempi e procedure non misurate sulla persona.

Al di là però del caso umano e giudiziario di Stefano Bonomi, rimane l’aspetto di una schermatura mediatica che circonda i casi di sciopero della fame di detenuti e, in questo caso reatino, perfino dopo il suo esito fatale.

Infatti, a fronte del tragico evento della notte tra il 5 ed il 6 gennaio, già stupiva che l’evento fosse stato reso noto solo il 10 gennaio e solo a Viterbo (non a Rieti dove lo sciopero era avvenuto). Ma poi ancor più che esso ha stentato nel lasciar tracce sulla stampa nazionale: accenni ne abbiamo trovati solo su L’Unità e Corriere.it il 16 Gennaio, su La Stampa il 19 e poi su Avvenire il 21. Anche una dichiarazione del 13 gennaio della consigliera regionale Mattia non è riuscita ad andare oltre la cronaca di Viterbo.

Usiamo la parola “tracce” perché, prima di Luigi Mastrodonato, senza nessun approfondimento o domanda: al massimo “Un 65enne è morto dopo un lungo sciopero della fame nel carcere di Rieti. Era in attesa di giudizio ed è spirato nel reparto di medicina protetta dell’ospedale «Belcolle» di Viterbo dove era stato ricoverato coattivamente”. In un’occasione anche semplicemente enumerato come caso di suicidio. E nessun politico di livello nazionale (con la solita eccezione di Rita Bernardini) o commentatore che abbia ripreso il fatto.

Questo contrasta visibilmente non solo con i casi di suicidio (che vengono comunicati tempestivamente e spesso ricevono attenzione in cronaca nazionale e con approfondimenti) ma anche con la rilevanza nazionale assunta dai casi di infausto sciopero della fame accaduti nel 2023: basta cercare in rete “Augusta sciopero della fame” e “Torino carcere sciopero della fame”. A Torino la notizia si ebbe a livello nazionale nell’immediatezza, ad Augusta (con due decessi) pochi giorni dopo; e a seguito, dichiarazioni del Garante Nazionale, visita del Ministro Nordio.

Per le morti di Augusta, il Garante Nazionale richiamò “la necessità di quella trasparenza comunicativa che, oltre a essere doverosa per la collettività, può anche aiutare a trovare soluzioni in situazioni difficili perché non si giunga a tali inaccettabili esiti”.

Anche associare i casi di sciopero della fame, e particolarmente questo, al degrado strutturale degli istituti (che non c’è a Rieti) o al sovraffollamento (quello c’è ed è notevole, ma in regime di celle aperte) non ci sembra calzante: per quanto abbiamo letto, tutti questi scioperi della fame erano legati a “diritti” invocati dai detenuti; diritti che competevano non alla dura, inumana vita in carcere, ma alla Giustizia “esterna”: la detenuta di Torino chiedeva di vedere il figlio di 3 anni; ad Augusta una richiesta era di essere estradato per scontare la condanna in patria. Di Bonomi La Repubblica il 30, in una breve, ci dice che “protestava perché non aveva avuto accesso ai benefici di legge”.

Il Garante Nazionale, nell’occasione di Augusta, evidenziò anche il differente eco mediatico tra lo sciopero di Alfredo Cospito e quelle vicende, che avevano riguardo detenuti “ignoti”. Quando Enzo Tortora tornò a Portobello, dopo il famoso “dove eravamo rimasti?” disse “io sono qui, e lo sono anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi”; ma sopravvisse appena un anno, a ciò che aveva subito.

E così gli scioperi della fame, lotta non violenta che per legge sarà “rivolta” se la fanno in tre, in Italia si svolgono in silenzio, lontano dai riflettori; e per Stefano Bonomi anche dopo.

Un detenuto a Rieti è morto di sciopero della fame

Dopo la tragedia di Matteo, ancora qualcuno che muore di carcere: il 65enne Stefano Bonomi, detenuto a Rieti dove aveva condotto un lungo sciopero della fame, e che per la sua condizione era stato ricoverato il 3 Gennaio all’ospedale di Viterbo, il 6 mattina non ce l’ha fatta.

Non sappiamo se il ricovero sia stato coatto, come riportano le cronache viterbesi, o se si fosse convinto a farsi aiutare. Non sappiamo neppure i motivi per cui avesse intrapreso questa forma di lotta; le stesse cronache ci dicono che fosse in attesa di giudizio.

Se il suicidio di Matteo, seppur annunciato, è stato considerato “inatteso” anche dal Garante Regionale marchigiano, si potrà dire altrettanto per Stefano?

Di Matteo si sa tutto, di Stefano si saprà qualcosa? Cosa l’ha spinto, prima ancora di essere condannato, ad urlare così la sua richiesta? Era una richiesta legittima? Pare che sostenesse la protesta da molto tempo, anche interrompendola più volte; questo mostrerebbe sia la determinazione, sia la volontà di non portarla all’estrema conseguenza.

Non è la prima volta che questo accade in Italia. Ci furono episodi lo scorso maggio, in Sicilia. Allora, dopo la diffusione della notizia, il Garante nazionale delle persone detenute e private della libertà, Mauro Palma, richiamò “l’attenzione pubblica sulla necessità della completa informazione che deve fluire dagli Istituti penitenziari all’Amministrazione regionale e centrale affinché le situazioni problematiche possano essere affrontate con l’assoluta attenzione che richiedono”.

Se di Stefano Bonomi i Garanti Nazionali o Regionale dei Detenuti non conoscevano il caso (e crediamo di no, se dopo cinque giorni non ne ha data notizia) non credo sapremo mai di più, a meno che la famiglia non vorrà renderlo pubblico. Visto il tempo trascorso, immaginiamo che non ci aiuterà a capire neppure qualche sindacato della Penitenziaria, solerte nel riportare informazioni su violenze da parte di detenuti; eppure con il nuovo “Pacchetto Sicurezza” la “resistenza anche passiva agli ordini impartiti”, come quello di alimentarsi, è da considerare “reato di rivolta”. Sbagliamo a pensare che forse una utilità almeno in questa circostanza avrebbe potuto avere un Garante Comunale dei Detenuti (come spesso ripetiamo: figura a titolo gratuito istituita 10 anni fa e mai attuata)?

Il Carcere di Rieti merita una diversa conoscenza

Informazione monopolizzata da un sindacato – La necessità di nominare il Garante Comunale

La morte per sciopero della fame e della sete della madre detenuta a Torino, senza che nessuno all’esterno sapesse di lei, ci tocca tutti come cittadini dello Stato che la aveva in custodia, ma richiede una riflessione anche a Rieti su cosa e come esce dagli istituti alla conoscenza della società libera.

Riflettiamo su questo perché nelle ultime settimane sono stati resi noti da uno dei sindacati di Polizia Penitenziaria (il SAPPE) episodi di aggressione a Rieti ai danni di agenti.

Come Sabina Radicale esprimiamo naturalmente la nostra solidarietà e vicinanza alla polizia penitenziaria di Rieti, per le condizioni di lavoro cui sono sottoposti lavoratori e lavoratrici, cronicamente sotto organico, e anche, nei casi in questione, per i rischi che derivano loro da una cattiva gestione in questo Paese della salute mentale, che spesso trova nel carcere la sua “soluzione”.

Diciamo questo perché i primi due fatti si riferiscono l’uno ad un episodio occorso in Ospedale da parte di un internato in REMS – cioè persona giudicata NON colpevole a causa della sua malattia mentale – e l’altro ad un episodio occorso in carcere durante l’accompagnamento in infermeria di un detenuto proveniente dal Reparto di Diagnosi e Cura di Reggio Emilia, dove peraltro esiste nel locale Penitenziario una sezione “Articolazione per la Tutela della Salute Mentale”, sezione assente a Rieti. E anche il terzo episodio viene riferito come legato ad una richiesta di psicofarmaci, il cui uso riguarda ufficialmente (vedi rapporto di Antigone dell’aprile scorso) quasi la metà dei detenuti.

Il problema che poniamo è però che, pur nella gravità degli episodi, l’immagine trasmessa dal sindacato SAPPE finisce per dare una visione parziale della vita all’interno dell’istituto e del rapporto tra detenuti e detenenti e quindi diversa da quella, di grande collaborazione e di rapporti sereni, che abbiamo sempre riscontrato nelle nostre visite. A questo scopo ricordiamo l’iniziativa www.devivedere.it di Radicali Italiani che si offre di portare cittadini in visita negli istituti.

Un sindacato non ha certo come mandato sociale il dare notizie, ma piuttosto rivendicare qualcosa per i suoi iscritti. E infatti quello che avviene è che si prenda spunto da queste comunicazioni per dar forza a proprie storiche richieste, come l’abbandono della vigilanza dinamica (cioè il fatto che i detenuti possano liberamente spostarsi all’interno della sezione e non rimangono chiusi in cella) e addirittura l’uso del Taser, che è concesso finora a Forze dell’Ordine “esterne”. Il Taser viene addirittura reclamato parlando di un pugno ricevuto da un agente, quando questa “pistola elettrica” ha una distanza minima operativa di 1,5 metri ed ottimale da 2 a 5 metri (secondo il Vademecum della Polizia di Stato, il quale raccomanda “la stessa attenzione con cui si tratta un’arma da fuoco”).

Il problema è però non tanto quello che questo sindacato propugna ma il suo monopolio dell’immagine che all’esterno si ha dell’Istituto di Vazia. Ad esempio nel 2022 ci sono state 7 aggressioni ai danni di agenti, ma anche 5 tentativi di suicidio (e 42 atti di autolesionismo) di cui nulla si è saputo fuori.

E’ importante quindi che del carcere si abbia una informazione più obiettiva; se ne escono solo episodi critici, e descritti con quel fine, la città di Rieti continuerà a guardare a quel mondo attraverso quella particolare lente. Non per niente, quando anni fa proponemmo a consiglieri comunali una visita, ci fu chi, avendo letto un comunicato sindacale di allora, rispose che preferiva aspettare che la situazione si calmasse.

Anche per questo, torniamo a chiedere all’Amministrazione Comunale (ma anche al Consiglio Comunale tutto) di concretizzare finalmente la nomina di un Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà, figura a titolo gratuito istituita ormai 10 anni fa e mai nominata; figura che possa anche riequilibrare l’informazione ed agevolare un rapporto, finora assente, tra l’istituto e la città

Garantire “Livelli Essenziali di Democrazia”

articolo di Marco Giordani – Il Dubbio, Martedì 25 Luglio 2023

Le sei proposte di legge di iniziativa popolare vengono da tavoli di lavoro di radicali dirigenti, iscritti e anche semplici simpatizzanti.

Uno di questi tavoli, la cui proposta non troverete nelle piazze ma su cui si continuerà a lavorare, è quello intitolato “Democrazia”; titolo da leggersi come “strumenti di esercizio democratico”, cioè quanto i cittadini hanno a disposizione per esercitare il potere di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica”: i partiti stessi, le leggi elettorali e gli strumenti di democrazia diretta, vale a dire i referendum o le stesse proposte di legge, tutti temi cui come radicali e Radicali Italiani abbiamo da sempre dedicato iniziativa politica.

Non da oggi i cittadini si tengono, e sempre più, lontani da tutti questi strumenti; ma lontani o allontanati?

Tutta l’iniziativa di proposte di legge è, lo si è detto, rivolta agli “esclusi”; l’analisi del tavolo è che questo allontanamento sia causato anche da come questi strumenti siano stati distorti o soffocati dalla partitocrazia e che nonostante ciò si manifestino segnali di voglia di partecipazione.

Giunti però al grado di disaffezione attuale, questa partecipazione (e fiducia negli strumenti) non può che essere ricostruita “dal basso”, anche per l’inestricabile legame tra legge elettorale, sistema istituzionale, ruolo dei partiti.

Il “basso” da cui partire lo abbiamo individuato nel livello di maggiore prossimità, quello comunale; dove però accanto a poche esperienze virtuose di “democrazia partecipativa” (come ad esempio assemblee dei cittadini, bilanci partecipati) la maggioranza dei cittadini non dispone neppure dei (vetusti?) strumenti di “democrazia diretta”.

Difatti il Testo Unico Enti Locali apriva il millennio prescrivendo forme di consultazione e  “possibilità” di referendum ma tutto lasciato all’autonomia statutaria e normativa dei comuni, i quali molto spesso, non solo i piccoli, limitano di molto gli strumenti: quasi tutti prevedono solo referendum consultivo (a volte a sola iniziativa dell’amministrazione) e meno della metà abrogativo o propositivo. Ma solo circa la metà di chi prevede un istituto poi lo norma per permetterne l’uso.

Per questo denunciamo come l’autonomia statutaria sia un paravento (tanto che riguarda la “seconda scheda”, mentre le modalità della prima, quella elettorale, sono imposte dallo Stato) e che vada sanata la situazione di cittadini con diversi diritti in diversi comuni, e considerati questi strumenti come “Livelli Essenziali di Democrazia”; su questo il tavolo e Radicali Italiani continueranno a lavorare.

La manutenzione della città potrebbe trovare un valido aiuto nella popolazione detenuta

E’ di qualche giorno fa un intervento pubblico di don Paolo Blasetti, il cappellano del carcere di Rieti, dal quale sono emerse le numerose criticità che pongono la struttura detentiva e, con essa, tutta la sua popolazione, tra detenuti e guardie carcerarie, in una sorta di universo completamente separato dal resto della città.

Questo viene a vanificare una delle finalità della detenzione, la quale non è tanto quella di infliggere una pena, ma di tentare quell’opera di recupero della persona di cui all’articolo 27 della Costituzione italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Don Paolo ha prodotto numerose riflessioni sul perché ciò, di fatto, non avvenga, qui a Rieti.

Diversamente da quanto accade in altri penitenziari, non sono al momento attive forme di “contatto” tra la casa circondariale e il resto della città. Che potrebbero invece sostanziarsi in attività non soltanto culturali, ma di socializzazione, con benefici anche per la collettività.

Vediamo per esempio il caso dell’ordinaria manutenzione della città. Le forti precipitazioni di qualche ora fa hanno mostrato quanto il tessuto urbano sia fragile, anche perché mancano le necessarie opere di drenaggio dell’acqua piovana. Si potrebbero allora immaginare, per i detenuti che ne abbiano i requisiti, dei percorsi di coinvolgimento nella cura della città?

Ricordiamo che dieci anni fa, il Comune stesso annunciava l’avvio di un progetto che affidava a detenuti  – naturalmente retribuiti – la pulizia delle caditoie e delle strade delle frazioni di Lugnano, Vazia, Cupaello, Casette, San Giovanni Reatino, Sant’Elia, Piani Poggio Fidoni, Poggio Fidoni Alto, Morini, Poggio Perugino e Maglianello. E in passato un’analoga iniziativa fu già messa positivamente in atto, nella Amatrice post sisma, a iniziativa della Direzione dell’Istituto penitenziario. 

Ma anche nell’ambito del puro volontariato si può fare molto.

Nello scorso autunno è venuta a Rieti l’associazione Seconda Chance, no profit fondata a Roma nel luglio 2022 dalla giornalista tv Flavia Filippi, che promuove e facilita tra le imprese l’applicazione della legge Smuraglia (193/2000), una norma che offre ingenti agevolazioni a chi assuma, anche part time, detenuti. L’associazione fu, a quanto sappiamo dall’associazione, ben accolta da amministrazione e imprenditori (anche partecipate?), benché nulla di questa iniziativa sia stato comunicato dal Comune.

Oltre al reinserimento lavorativo, la stessa associazione ha però intrapreso iniziative di risocializzazione, utili anche all’approccio del cittadino “libero” verso il detenuto, in vista del reinserimento lavorativo: lo scorso 7 maggio, grazie a Seconda Chance, una cinquantina di detenuti dalle carceri di Bologna, Frosinone, Laureana di Borrello, Locri e Palmi, hanno bonificato aree degradate assieme ai volontari di Plastic Free.

Nel frattempo, avverte don Paolo Blasetti, i detenuti rischiano di rimanere per lungo tempo in uno stato di completa deresponsabilizzazione che, di fatto, sarà ulteriore ostacolo al loro futuro reinserimento nella comunità, aumentando così di gran lunga il rischio di recidiva.

Il Comune di Rieti parla di eliminare Barriere Architettoniche, ma poi usa i fondi per altro.

Rieti è una città DI barriere architettoniche, impraticabile non solo per disabili ma spesso anche per pedoni normodotati.
Questo nonostante per anni (fino al 2019) si sia tenuta una passerella istituzionale “Rieti senza barriere” di cui non si sono visti risultati sulle nostre strade.
Risultati che dovrebbero venire innanzitutto prendendo atto della situazione, e cioè partendo da una ricognizione-censimento delle micro e macro barriere, da poi includere in un Piano di Eliminazione delle Barriere Architettoniche (PEBA) che tenga conto di costo e rilevanza di esse.

Il PEBA è obbligo di legge da 36 anni ma mai predisposto. Sabina Radicale richiama gli amministratori a questo sin dal tempo della giunta Petrangeli. Ricordiamo inoltre come la Regione Lazio, ad iniziativa del consigliere regionale radicale Alessandro Capriccioli, abbia predisposto, per i comuni che si vogliano dotare del Piano, un contributo di 10mila euro.


Ora, ci sono dichiarazioni di tavoli di lavoro inter assessorili che promettono di stilarlo. A nostro avviso la necessaria preventiva ricognizione sarebbe una occasione di attivazione della cittadinanza; solo poi, gli assessori con i relativi uffici metterebbero insieme dati e fondi per stilare un piano.

Piano che, partendo da costi e rilevanza, dovrebbe tenere conto dei fondi disponibili negli anni. In tal senso non è un buon viatico la distrazione di risorse dedicate alla eliminazione delle barriere, dichiarata in consiglio dall’assessore Nobili.

L’assessore ha dichiarato infatti che il Comune intende ricorrere, per aggiustare il ponticello in legno tra San Francesco e Sant’Arcangelo, a finanziamenti che la Regione assegna proprio per quella finalità.

Siccome è evidente che il disfacimento della pavimentazione del ponte non è una barriera architettonica, ed anzi lo sarebbero le strade per arrivarci – ad esempio dal ponte romano, il marciapiede è impercorribile con carrozzine e financo biciclette – questo finanziamento andrà a detrimento della reale eliminazione delle barriere.

Questo non solo per i cittadini disabili di altri comuni, ma anche per i reatini, sia per quello che con questi fondi poteva essere realizzato, sia per il futuro, in quanto aver ricevuto un recente finanziamento per la stessa finalità abbasserà il punteggio per le future graduatorie.

Cibo etico ed ecosostenibile? A Rieti anche la sinistra dice “no”.

Il Comune di Rieti ha enfaticamente comunicato di aver approvato la delibera scritta da Coldiretti contro il cosiddetto “cibo sintetico” (in realtà “carne coltivata in laboratorio”); è stato ahimè bruciato sul filo di lana dal Governo, che ha presentato un disegno di legge, come suo solito proibizionista (cioè che affronta una realtà esistente ed inarrestabile, semplicemente dichiarandone la proibizione).

L’una come l’altra sono “grida manzoniane”, cioè emesse con titoli altisonanti, dove vengono annunciate pene severe, ma che poi, nella realtà, verranno disattese: i consumatori avranno comunque la libertà di mangiare quel che vogliono. Sarà infatti proibito coltivarla ma si potrà (da Art.6 del disegno di legge) importarla (ricordiamo che produciamo solo il 50% del nostro fabbisogno di carni); a soffrirne, come per gli OGM, saranno la nostra ricerca e il nostro sistema produttivo.

Allora perché intervenire su questa fuffa? E’ che come a Roma, anche a Rieti questo proclama è stato deciso senza alcun contraddittorio e senza il parere di esperti in materia di innovazione nel settore agroalimentare. A Rieti poi c’è stato un di più: passaggi in Commissione ed in Consiglio, a seguito dei quali questa approvazione è avvenuta all’unanimità: di destra, sinistra e varie.

Di che parliamo? Il tutto, come apertamente ammesso da Governo e Comune, si fonda su una campagna di Coldiretti, che non temiamo di definire manipolatoria per slogan, immagini e contenuti. Tra l’altro neppure se ne comprende il perché, dato che il cibo cosiddetto “sintetico” andrà a discapito degli allevamenti intensivi e quindi non appare certo un concorrente (ma anzi, un alleato!) delle qualità, tipicità, biodiversità sbandierate da Coldiretti, valori che oggi soffrono nel diretto confronto e confusione con allevamenti intensivi sugli stessi banconi alimentari.

In quella campagna si afferma che il “cibo sintetico” non salvaguarderebbe l’ambiente, limiterebbe la libertà dei consumatori, spezzerebbe il legame tra cibo e natura, non tutelerebbe la salute e potrebbe perfino avere impatti socio-economici molto pericolosi “in quanto frutto di una fascinazione ecologica che non ha finora consentito riflessioni adeguatamente approfondite” (sic!). A noi sembra che sia esattamente il contrario: questa carne, che come dicevamo non è sintetica ma coltivata anziché strappata ad animali fatti crescere in condizioni aberranti e poi uccisi, oltre che rispondere all’etica di molti, sarà ecologicamente sostenibile in energia, acqua, suolo. Sarà capace di sfamare i miliardi di esseri umani che, oltre ad aumentare in numero, si affacciano sempre più ad una alimentazione proteica; ci proteggerà da minacce come quelle degli superbatteri resistenti agli antibiotici, sottoprodotti degli allevamenti intensivi bombardati di antibiotici (e già tutti abbiamo dimenticato la “mucca pazza”) e dai pesticidi che dalla agricoltura arrivano agli alimenti “naturali” degli animali.

Essendoci quindi tutti gli elementi per un dibattito su pro e contro, risultano inaccettabili superficialità e strumentalità dei nostri amministratori e consiglieri comunali: tutti in fila, e in concorrenza tra di loro, a lisciare il pelo a una lobby ed a un’opinione pubblica manipolata, disinteressandosi di cosa comporti questo populistico rifiuto della scienza e del progresso.

Tutti, anche la “sinistra”. Per strumentalità? Per superficialità? Ahimè, la sinistra non è nuova nel rincorrere, con strumentalità, quelli che ritiene gli umori della cittadinanza disinformata, anziché cercare di informarla. Nelle ultime elezioni regionali lo ha fatto anche il candidato presidente Alessio D’Amato nel cui programma ha inserito una incomprensibile frase il cui incipit probabilmente ritenne elettoralmente utile: “no decisi alle minacce che incombono sul futuro prossimo: [..] no alla carne sintetica come surrogato a una corretta educazione alimentare mirata a una adeguata diversificazione del cibo che abbia come unico fine la salute e il benessere delle persone”. Il suo staff non ebbe modo di rispondere alla nostra richiesta di chiarimento.

Ora però che non ci sono elezioni e si fanno dichiarazioni e post su tutto, tuttavia su questo tema a livello locale approvano mentre a Roma Schlein, Conte, Fratoianni e Renzi tacciono, mentre Calenda populisticamente sbanda.

E allora se davvero l’Amministrazione o il Consiglio ritengono che questo tema sia comunque di rilevanza per la cittadinanza e per le sorti della Nazione e dell’umanità, allora abbiano il coraggio di un confronto, un convegno, un dibattito serio e documentato, a cui saremo pronti a dare il nostro contributo.

Da Santa Maria Capua Vetere a Rieti: quanto avvenuto in carcere è di interesse pubblico?

A Santa Maria Capua Vetere si sta svolgendo il processo per il pestaggio che avvenne durante una spedizione punitiva seguita alle rivolte-covid del marzo 2020. Quelle rivolte ricordiamo che videro anche diversi morti, in particolare a Modena (nove) ed a Rieti, dove morirono tre detenuti: Marco Boattini, Ante Culic e Carlos Samir Perez Alvarez.

La novità di questi giorni è che è in atto laggiù un tentativo di impedire la messa online della registrazione del processo da parte di Radio Radicale.[1]
Ricordiamo che il processo è stato possibile grazie a delle telecamere lasciate inavvertitamente accese; Il processo, e l’accertamento dei fatti sono stati giudicati dallo Stato Italiano di pubblico interesse, tanto che quando la verità venne a galla, all’istituto si recarono in visita la Ministra Cartabia ed il Presidente Draghi e lo Stato si è costituito parte civile.

Di altrettanto pubblico interesse dovrebbe essere togliere ogni ombra su quanto accaduto negli stessi giorni a Rieti. Benché la Commissione ispettiva costituita dal DAP abbia stabilito che la rivolta è stata gestita in modo corretto ed efficace, è noto da tempo che anche in Procura a Rieti è aperta un’indagine; ne diedero conto diverse testate e ce lo ricorda per ultima un’inchiesta pubblicata su Il Domani il 15 Gennaio di quest’anno, oltre due mesi fa.[2]

La stessa inchiesta riporta virgolettati di ex detenuti (ovviamente da verificare da parte degli inquirenti): «Entravano in cinque-sei guardie in cella per fare la perquisizione, ci facevano spogliare e uscire. Dovevamo percorrere un corridoio di una cinquantina di metri, un agente ci teneva la testa bassa e le braccia bloccate e circa 20 guardie a destra e 20 a sinistra ci davano pugni, schiaffi, manganellate e ci insultavano», racconta uno di loro. «Ci mettevano tutti in una stanza e finite le perquisizioni dovevamo rifare il percorso e riprendere le botte». Scene che, se veritiere, ricordano quanto visto nei filmati di Santa Maria Capua Vetere. Secondo un altro ex detenuto gli agenti erano una cinquantina. «Non erano quelli di Rieti, loro erano abbastanza gentili. Era una squadretta che veniva da fuori. Hanno voluto dare una punizione per mostrare chi comandava, soprattutto contro quelli che pensavano avessero avuto un ruolo nella rivolta»

Il giornalista de Il Domani (Luigi Mastrodonato) riporta di non aver avuto commenti né dall’Istituto né dalla Procura. Non sono tuttavia questi silenzi a stupirci quanto quello della città: possibile che nessuno che si occupi di comunicazione in città abbia notato un lungo servizio su Rieti, pubblicato su un giornale a tiratura nazionale?

In un libro sui fatti di Modena, l’autrice Sara Manzoli scrive che «la cortina fumogena calata sui fatti di Rieti è ancora più intensa e impenetrabile di quella scesa su Modena e altre carceri».

Quello che Sabina Radicale torna a chiedere, oltre all’accertamento dei fatti, è che Rieti non consideri il proprio istituto come qualcosa a sé estraneo. E pensiamo in particolare alle sue Amministrazioni Comunali, ricordando che il 10 Maggio saranno dieci anni dalla istituzione della figura del Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale[3], mai nominato benché – recita il suo Regolamento – “non dà diritto ad alcun corrispettivo o emolumento”.


[1] https://www.fanpage.it/napoli/violenze-in-carcere-a-santa-maria-capua-vetere-stop-a-radio-radicale-non-potra-registrare-le-udienze/

[2] https://www.editorialedomani.it/fatti/quelle-morti-nel-carcere-di-rieti-rimaste-nel-silenzio-ecco-cosa-e-successo-f2w7d3ji

[3] https://www.comune.rieti.it/article/13/05/garante-dei-diritti-delle-persone-private-della-libert%C3%A0-personale

Devi Vedere! Riparte la campagna di Radicali Italiani per aprire le carceri ai cittadini

Si fa un gran parlare delle carceri, ma pochi le conoscono, inclusi coloro (Parlamentari, Consiglieri Regionali) avrebbero diritto di accedervi senza preavviso.

Se Voltaire diceva “Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione” ancora più antica è la Sesta Opera di Misericordia Corporale della dottrina cattolica, che recita “visitare i carcerati” e che viene direttamente dalle parole di Gesù: “ero carcerato e siete venuti a visitarmi”.

Da sempre i radicali prestano attenzione a quel mondo, che è fatto di detenuti ma anche detenenti.
Periodicamente organizziamo visite, queste con il preventivo permesso del Ministero di Giustizia e come Sabina Radicale ci adoperammo perché con noi partecipassero, per visitare l’Istituto di Rieti, amministratori comunali e provinciali di diverso orientamento.

La più recente visita si tenne, ad iniziativa di Radicali Roma, a novembre 2022 ed ebbe la caratteristica di essere aperta a “normali” cittadini.
Questa dell’apertura ai cittadini fu una esperienza molto apprezzata da chi volle farla, potendone venire a conoscenza; perciò essa è stata ripresa a livello nazionale da Radicali Italiani, con un programma di visite in tutte le carceri.
Rilanciamo perciò l’invito, a chi volesse conoscere questo mondo (non necessariamente limitandosi all’Istituto della propria città), di segnalare per tempo il proprio interesse su DeviVedere.it.
Successivamente si verrà ricontattati e si organizzeranno le visite, in accordo con gli Istituti e dopo l’autorizzazione del Ministero per ogni visitatore; per ogni altra informazione, info@sabinaradicale.it