Liste fantasma nei piccoli Comuni, finalmente ci siamo?

Nel fine settimana dell’8 e 9 Giugno, giorno delle elezioni europee, andranno al voto anche molti comuni. Tra questi, ben 22 in Provincia di Rieti sotto i mille abitanti, quindi esposti al malcostume della presentazione di liste “fantasma” di comodo o propaganda che nulla hanno a che fare con quel comune; a volte, per mancanza di alternativa all’unica lista reale, hanno anche fatto eletti, mai presentatisi, comprimendo ulteriormente i diritti politici dei cittadini.

Sabina Radicale da tempo chiede una soluzione al problema e nel 2019 presentò, tramite il deputato di +Europa Alessandro Fusacchia, un semplice disegno di legge che prevedeva l’obbligo di 2 sottoscrizioni. Un ordine del giorno che impegnava il governo a risolvere il problema, fu inoltre presentato (ancora da Fusacchia) e approvato nel 2021.

Lo scorso maggio abbiamo chiesto di ripresentare quella proposta nella nuova legislatura a tre deputati: due eletti in questo territorio (Trancassini per la destra, Madia per il PD) e Magi come segretario di +Europa; purtroppo l’invito non è stato raccolto.

Tuttavia, proprio in quei giorni, la senatrice Pirovano della Lega presentava una sua proposta (S.379) che ha fatto il suo corso in Senato (approvata all’unanimità) e passata alla Camera non ha ricevuto emendamenti in Commissione Affari Costituzionali; ora è in attesa del parere della Commissione Bilancio, che non avrà sicuramente nulla da eccepire.

C’è quindi la concreta speranza che essa diventi legge e probabilmente già per questo turno amministrativo.

La proposta prevede:

  • non meno di 15 e da non più di 30 firme nei comuni tra 751 e 1.000 abitanti (solo quattro al momento in provincia, ma nessuno in questa tornata elettorale)
  • non meno di 10 e da non più di 20 firme nei comuni con popolazione compresa tra 501 e 750 abitanti (per questa tornata: Accumoli, Configni, Frasso, Longone, Mompeo, Monte San Giovanni, Poggio San Lorenzo, Posta, Roccantica)
  • non meno di 5 e da non più di 10 firme nei comuni con popolazione fino a 500 abitanti (per questa tornata: Castel Di Tora, Collegiove, Colli Sul Velino, Concerviano, Labro, Micigliano, Montasola, Morro Reatino, Orvinio, Paganico, Pozzaglia Sabina, Turania, Vacone).

Morire di sciopero della fame a Rieti, fa notizia in Italia?

Finalmente, dopo tre settimane dalla morte per sciopero della fame di Stefano Bonomi, il 65enne detenuto a Rieti, il giornalista Luigi Mastrodonato – che già aveva cercato di far luce sui decessi a Rieti nella rivolta del 2020 – è riuscito a portare la vicenda ad un livello nazionale, con un dettagliato articolo sul Domani.

Ne emerge un quadro di diverse fragilità che hanno fatto sì che Stefano, nonostante l’attenzione che gli è stata dedicata all’interno dell’Istituto di Rieti, rimanesse schiacciato da una giustizia, carceraria e non, che ha tempi e procedure non misurate sulla persona.

Al di là però del caso umano e giudiziario di Stefano Bonomi, rimane l’aspetto di una schermatura mediatica che circonda i casi di sciopero della fame di detenuti e, in questo caso reatino, perfino dopo il suo esito fatale.

Infatti, a fronte del tragico evento della notte tra il 5 ed il 6 gennaio, già stupiva che l’evento fosse stato reso noto solo il 10 gennaio e solo a Viterbo (non a Rieti dove lo sciopero era avvenuto). Ma poi ancor più che esso ha stentato nel lasciar tracce sulla stampa nazionale: accenni ne abbiamo trovati solo su L’Unità e Corriere.it il 16 Gennaio, su La Stampa il 19 e poi su Avvenire il 21. Anche una dichiarazione del 13 gennaio della consigliera regionale Mattia non è riuscita ad andare oltre la cronaca di Viterbo.

Usiamo la parola “tracce” perché, prima di Luigi Mastrodonato, senza nessun approfondimento o domanda: al massimo “Un 65enne è morto dopo un lungo sciopero della fame nel carcere di Rieti. Era in attesa di giudizio ed è spirato nel reparto di medicina protetta dell’ospedale «Belcolle» di Viterbo dove era stato ricoverato coattivamente”. In un’occasione anche semplicemente enumerato come caso di suicidio. E nessun politico di livello nazionale (con la solita eccezione di Rita Bernardini) o commentatore che abbia ripreso il fatto.

Questo contrasta visibilmente non solo con i casi di suicidio (che vengono comunicati tempestivamente e spesso ricevono attenzione in cronaca nazionale e con approfondimenti) ma anche con la rilevanza nazionale assunta dai casi di infausto sciopero della fame accaduti nel 2023: basta cercare in rete “Augusta sciopero della fame” e “Torino carcere sciopero della fame”. A Torino la notizia si ebbe a livello nazionale nell’immediatezza, ad Augusta (con due decessi) pochi giorni dopo; e a seguito, dichiarazioni del Garante Nazionale, visita del Ministro Nordio.

Per le morti di Augusta, il Garante Nazionale richiamò “la necessità di quella trasparenza comunicativa che, oltre a essere doverosa per la collettività, può anche aiutare a trovare soluzioni in situazioni difficili perché non si giunga a tali inaccettabili esiti”.

Anche associare i casi di sciopero della fame, e particolarmente questo, al degrado strutturale degli istituti (che non c’è a Rieti) o al sovraffollamento (quello c’è ed è notevole, ma in regime di celle aperte) non ci sembra calzante: per quanto abbiamo letto, tutti questi scioperi della fame erano legati a “diritti” invocati dai detenuti; diritti che competevano non alla dura, inumana vita in carcere, ma alla Giustizia “esterna”: la detenuta di Torino chiedeva di vedere il figlio di 3 anni; ad Augusta una richiesta era di essere estradato per scontare la condanna in patria. Di Bonomi La Repubblica il 30, in una breve, ci dice che “protestava perché non aveva avuto accesso ai benefici di legge”.

Il Garante Nazionale, nell’occasione di Augusta, evidenziò anche il differente eco mediatico tra lo sciopero di Alfredo Cospito e quelle vicende, che avevano riguardo detenuti “ignoti”. Quando Enzo Tortora tornò a Portobello, dopo il famoso “dove eravamo rimasti?” disse “io sono qui, e lo sono anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi”; ma sopravvisse appena un anno, a ciò che aveva subito.

E così gli scioperi della fame, lotta non violenta che per legge sarà “rivolta” se la fanno in tre, in Italia si svolgono in silenzio, lontano dai riflettori; e per Stefano Bonomi anche dopo.

Un detenuto a Rieti è morto di sciopero della fame

Dopo la tragedia di Matteo, ancora qualcuno che muore di carcere: il 65enne Stefano Bonomi, detenuto a Rieti dove aveva condotto un lungo sciopero della fame, e che per la sua condizione era stato ricoverato il 3 Gennaio all’ospedale di Viterbo, il 6 mattina non ce l’ha fatta.

Non sappiamo se il ricovero sia stato coatto, come riportano le cronache viterbesi, o se si fosse convinto a farsi aiutare. Non sappiamo neppure i motivi per cui avesse intrapreso questa forma di lotta; le stesse cronache ci dicono che fosse in attesa di giudizio.

Se il suicidio di Matteo, seppur annunciato, è stato considerato “inatteso” anche dal Garante Regionale marchigiano, si potrà dire altrettanto per Stefano?

Di Matteo si sa tutto, di Stefano si saprà qualcosa? Cosa l’ha spinto, prima ancora di essere condannato, ad urlare così la sua richiesta? Era una richiesta legittima? Pare che sostenesse la protesta da molto tempo, anche interrompendola più volte; questo mostrerebbe sia la determinazione, sia la volontà di non portarla all’estrema conseguenza.

Non è la prima volta che questo accade in Italia. Ci furono episodi lo scorso maggio, in Sicilia. Allora, dopo la diffusione della notizia, il Garante nazionale delle persone detenute e private della libertà, Mauro Palma, richiamò “l’attenzione pubblica sulla necessità della completa informazione che deve fluire dagli Istituti penitenziari all’Amministrazione regionale e centrale affinché le situazioni problematiche possano essere affrontate con l’assoluta attenzione che richiedono”.

Se di Stefano Bonomi i Garanti Nazionali o Regionale dei Detenuti non conoscevano il caso (e crediamo di no, se dopo cinque giorni non ne ha data notizia) non credo sapremo mai di più, a meno che la famiglia non vorrà renderlo pubblico. Visto il tempo trascorso, immaginiamo che non ci aiuterà a capire neppure qualche sindacato della Penitenziaria, solerte nel riportare informazioni su violenze da parte di detenuti; eppure con il nuovo “Pacchetto Sicurezza” la “resistenza anche passiva agli ordini impartiti”, come quello di alimentarsi, è da considerare “reato di rivolta”. Sbagliamo a pensare che forse una utilità almeno in questa circostanza avrebbe potuto avere un Garante Comunale dei Detenuti (come spesso ripetiamo: figura a titolo gratuito istituita 10 anni fa e mai attuata)?

80° Deportazione ebrei da Rieti verso Auschwitz

Il 6 Gennaio ricorreranno 80 anni dalla deportazione da Rieti, dal carcere di Santa Scolastica dove erano stati ristretti, di 14 “ebrei stranieri”.

I 14 ebrei, precedentemente erano internati in vari paesi della provincia: la famiglia Gattegno ad Amatrice dove nacque il piccolo Roberto, la famiglia Da Fano a Borgo Velino – e fu il soggiorno più sofferto -; da Leonessa la moglie cattolica di Ugo Löbenstein chiese invano di liberare – secondo legge – il marito deportato, a Rivodutri i coniugi Krohn vissero per oltre due anni.

Per iniziativa delle autorità italiane, furono deportati al campo di Fossoli e di lì a pochi mesi ad Auschwitz dove in 13 (le donne, i bambini, gli anziani) furono direttamente avviati alle camere a gas.

Questa città ha ufficialmente ricordato e onorato queste vittime con un convegno e mostra documentaria nel gennaio 2013 e a seguire in un libro, “La normalità colpevole”, edito nel 2014 dall’Archivio di Stato di Rieti con il patrocinio della Prefettura di Rieti e della Fondazione Museo della Shoah.

Tuttavia da allora essa non ha avuto occasione di ricordare quei fatti e quei nomi.

Per questo come associazione Sabina Radicale abbiamo deciso di tenere Sabato 6 Gennaio alle ore 11 una breve commemorazione davanti all’ingresso del carcere, al n.55 di via Terenzio Varrone, alla quale abbiamo invitato le autorità civili e religiose ed invitiamo la cittadinanza tutta.

Elia Gattegno, 52 anni, nato a Salonicco
Elisa Giuili, 48 anni, nata a Tripoli, sua moglie
Leone Gattegno, 30 anni, nato a Tripoli, suo figlio
Fortuna Attal, 26 anni, nata a Tripoli, sua nuora
Elia Gattegno, 6 anni, nato a Tripoli, suo nipote
Armando Gattegno, 4 anni, nato a Tripoli, suo nipote
Elisa Gattegno, 3 anni, nata a Tripoli, sua nipote
Roberto Gattegno, 7 mesi, nato ad Amatrice, suo nipote

Isabella da Fano, 54 anni, nata a Reggio Emilia
Renée Cohen, 29 anni, nata a Parigi, sua figlia
Daniele Cohen, 3 anni, nato a Roma, suo nipote

Martin Krohn, 60 anni, nato a Schönfeld
Gertrude Alexander, 54 anni, nata a Stargard, sua moglie

Ugo Löbenstein, 65 anni, nato a Brno

Solo Leone Gattegno sopravvisse.

Droga e guida: come chiede il Prefetto, evitiamo i titoli ad effetto

Nelle cronache della presentazione del nuovo Prefetto di Rieti Pinuccia Niglio, rappresentante dello Stato e responsabile della sicurezza, troviamo passaggi particolarmente degni di attenzione: il concetto di sicurezza che è soprattutto (specialmente qui, aggiungiamo noi) quella percepita, per la quale percezione occorre “far capire le priorità e spiegare a pieno le problematiche alla cittadinanza” e la richiesta (che vediamo come conseguente) alla stampa di non fare titoli ad effetto ed essere costruttivi.

Purtroppo, proprio nella stessa giornata, dobbiamo rilevare esattamente questo problema: titoli ad effetto che generano una ingiustificata percezione di insicurezza.

Occorre una premessa: in Italia, e non solo, il consumo di sostanze cosiddette stupefacenti è molto diffuso. Secondo relazione del Governo al Parlamento, a pag, 68, si legge che nel 2022 ben 4 milioni di persone (8,5% della popolazione tra 18 ed 84 anni) hanno utilizzato cannabis e circa 2 milioni (4%) l’hanno consumata nel mese”.

Un fenomeno di queste dimensioni, e come esso è regolamentato, dovrebbe essere perciò conosciuto, certo dai consumatori effettivi o potenziali, ma anche dagli organi di stampa quando ne parlano. Purtroppo non è così. Vediamo cosa è successo.

Nel fine settimana, un’operazione dei Carabinieri di Poggio Mirteto ha portato alla denuncia di due persone per guida in stato di ebbrezza. Una terza persona, finita in ospedale, è risultata anch’essa con tasso alcolemico superiore alla legge e quindi denunciata.
Nelle analisi effettuate al Pronto Soccorso, è risultata la positività a cannabis e oppioidi; da ciò è scaturita non una denuncia ma una segnalazione come assuntore di stupefacenti al Prefetto.

Questo perché la assunzione di cannabis può essere rilevata anche dopo un mese che è avvenuta, mentre gli indicatori di assunzione di oppioidi (eroina, metadone ma anche numerosi farmaci) persistono anche per 3 giorni (il metadone fino a 7); anche la Corte di Cassazione ha specificato che la semplice positività al test delle urine o del sangue non è una prova sufficiente per confermare lo stato di alterazione, ma può essere data da consumi avvenuti precedentemente. Occorre, quindi, un referto del medico che ha preso in cura l’automobilista che confermi la guida sotto effetto di stupefacenti, descrivendo dettagliatamente i sintomi e lo stato di alterazione psico-fisica. 

Quasi tutti i lettori reatini hanno invece purtroppo letto altro, e questo stupisce perché questi accadimenti non sono eccezionali nella nostra provincia, visti i numeri nazionali di assuntori e l’uso generalizzato dell’auto in questa provincia.

Diversi media hanno titolato e scritto infatti di “denuncia per consumo di droga” ed addirittura alcuni di “guida sotto gli effetti della droga” o “guida drogato”.

La grandissima percentuale di incidenti dipende da altri fattori che la non lucidità del guidatore, e quando questo avviene, l’alcool conta 10 volte le sostanze stupefacenti (nel 2020 11mila le multe per ebbrezza, mille per influenza di stupefacenti); nel 9% degli incidenti con lesioni c’è ebbrezza, nel 3% si rileva la trascorsa assunzione di sostanze (il che come si diceva non comporta esserne sotto l’effetto).

Questi sono i numeri, quelle sono le leggi. Allora tutti facciano lo sforzo, richiesto dal Prefetto, per rappresentare correttamente i fatti e – aggiungiamo – per non criminalizzare l’uso di sostanze oltre quanto è già in atto.

Se del carcere “non si sa di che”, occorre un Garante Comunale.

In questi giorni è apparsa sulla stampa locale una notizia che riguarda il carcere, dove dei detenuti, evidentemente come protesta, hanno fatto difficoltà a rientrare in cella; “rientrare” perché ricordiamo che a Rieti per la maggior parte della giornata si è liberi di muoversi all’interno della sezione e che questa cosiddetta “vigilanza dinamica” serve anche a sopperire al difetto dei 3mq a disposizione di ogni detenuto.

Incuriosita dal fatto che diverse testate esordissero con “A distanza di pochi giorni”, e non avendo letto nulla di recente, Sabina Radicale ha cercato altre notizie che ci fossero sfuggite.
Intanto, la sorpresa nel verificare che una testata parlava di “ulteriori momenti di tensione”, mentre altre di “ulteriore atto di devastazione”.

Non trovando nella stampa locale le notizie di qualche giorno prima, siamo andati alla fonte, e cioè al sindacato di polizia penitenziaria da cui arrivava la notizia (come tutte quelle sul carcere reatino).

Sulla sua pagina FB regionale abbiamo in effetti trovato la seguente notizia, del 24 settembre:
“Rieti. Oggi detenuto sale sul tetto per qualche ora per protesta non si sa di che. La mediazione della Polizia Penitenziaria e di alcuni suoi compagni lo ha riportato a rientrare fortunatamente senza conseguenze.”

A parte la confusione del lettore che oggi leggeva riferimenti a qualcosa che non gli era stato precedentemente riportato (e per di più non capendo se ci fosse stata tensione o devastazione) ci vogliamo concentrare su questo precedente fatto.

Un episodio in cui ancora si è manifestata una protesta. Ora, non spetta certo ad un sindacato di polizia penitenziaria di informare sui motivi della protesta di detenuti; tuttavia non può non colpire il “non si sa di che”, espressione che rende ancora più urgente che l’occhio sul carcere e la voce dal carcere non sia solo sindacale, che legittimamente non ha interesse a capire “di che” (anche se siamo sicuri non sia così per i singoli agenti).

Un’altra occasione insomma in cui si rende manifesta la necessità che l’Amministrazione Comunale dia corso al bando per la individuazione di un Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà Personale (definizione che ricordiamo include anche gli internati nella REMS di Rieti, a gestione ASL ma per cui lo stesso sindacato penitenziario lamentava/denunciava la gestione nei fine settimana).

La novità di uno spoils system regionale silenzioso

Nota di Fabio Andreola – tesoriere di Sabina Radicale

“Il Presidente Rocca ha nominato Matteo Monaco Commissario Straordinario Riserva Monti Navegna e Cervia. In data 15 giugno 2023 il Presidente ha chiesto formalmente a tutti i soggetti politici di riferimento della sua giunta ed alle loro espressioni partitiche ed istituzionali nel territorio della provincia di Rieti, una lista di candidati che avessero queste caratteristiche di base: buon livello culturale, idealmente con studi attinenti all’ambiente, il turismo e la conservazione del paesaggio. La Regione ha ricevuto 20 candidature che sono state attentamente valutate da una commissione ad hoc presieduta dallo stesso Presidente Rocca. Nonostante la maggioranza dei candidati proposti fosse in possesso dei requisiti, Matteo Monaco è risultato essere il candidato più adatto. Matteo può vantare infatti anche una esperienza amministrativa ed una profonda conoscenza della montagna, seppure maturata in un contesto naturalistico diverso. Il Presidente Rocca si congratula con Matteo, fiducioso che possa nel corso del suo mandato eguagliare o superare i risultati raggiunti dal suo predecessore Giuseppe Ricci, a cui vanno i ringraziamenti del Presidente della Regione Lazio e della sua giunta per il lavoro svolto.”

Questo comunicato è falso, lo abbiamo scritto noi di Sabina Radicale, ma è quello che ci sarebbe piaciuto leggere sui giornali.

Invece non abbiamo letto alcun comunicato dalla Regione ma solo un comunicato autoreferenziale dello stesso Matteo Monaco, che ringrazia chi lo ha nominato.

Per inciso, pare la “non comunicazione” sia cifra stilistica della nuova amministrazione: neppure del non trascurabile incarico che la stampa romana attribuisce a Mariano Calisse si è letto qualcosa in provincia.

Ormai, ad ogni cambio di colore politico, si procede a sostituire una quantità enorme di persone per ricoprire posizioni della pubblica amministrazione, remunerate con soldi pubblici perché servano la comunità intera.

Lo spoils system, che di per sé ha una logica politica, condivisibile o meno, dovrebbe quantomeno garantire un minimo di trasparenza sul processo e rassicurare i cittadini che il cambio (di presidenti, dirigenti a nomina diretta, commissari, etc.) sia neutrale o migliorativo in relazione alle competenze.

Non solo questo non avviene, ma tanto è ormai “pacifico” che lo scopo della nomina non sia quel “servire la comunità”, che la nomina nemmeno viene comunicata.

Sabina Radicale invita i cittadini a non assuefarsi, le forze politiche in consiglio regionale a pretendere trasparenza, e infine gli organi di stampa a chiedere conto ai nuovi nominati dei nuovi diversi indirizzi che essi perseguiranno.

15 Settembre: Giornata Mondiale della Democrazia

“Oggi 15 settembre ricorre il 15° anniversario della Giornata internazionale della democrazia.
Eppure, in tutto il mondo, la democrazia sta arretrando.
Lo spazio civico si sta riducendo.
Crescono la sfiducia e la disinformazione.
La polarizzazione sta minando le istituzioni democratiche.
È il momento di dare l’allarme.
È il momento di riaffermare che democrazia, sviluppo e diritti umani sono interdipendenti e si rafforzano a vicenda.
È il momento di difendere i principi democratici di uguaglianza, inclusione e solidarietà.
E stare dalla parte di coloro che si impegnano per garantire lo stato di diritto e promuovere la piena partecipazione ai processi decisionali.”

Non sono parole di radicali italiani; potrebbero esserlo, ma sono parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite

Ce ne sono tante di “giornate nazionali” e “giornate mondiali”; probabilmente si esagera, ma forse quella della Democrazia merita attenzione come la Democrazia stessa merita cura.

Come radicali, poniamo quest’anno l’attenzione sulla sfacciata inadempienza del governo a predisporre la piattaforma nazionale per la sottoscrizione di referendum e proposte di legge: doveva essere disponibile a Gennaio 2022, non lo sarà neppure dopo due anni.

Il governo era stato costretto a promettere questa piattaforma: era conseguente alla condanna ricevuta dall’ONU per gli ostacoli che Radicali Italiani aveva evidenziato nella raccolta firme per dei referendum dieci anni or sono; sentenza in cui anche Rieti ebbe una parte.

Grazie ad un emendamento corsaro del radicale Riccardo Magi è sì possibile, in attesa della piattaforma nazionale, sottoscrivere le proposte su una piattaforma privata ma questo ha un costo, che non tutte le organizzazioni di cittadini possono sostenere.

Così, le sei proposte di legge su cui Radicali Italiani sta raccogliendo le firme sono disponibili anche online, ma a costo di un piccolo contributo da parte di chi firma.

Non aspettiamo però con le mani in mano i comodi del governo: a chi firmerà online offriremo di partecipare ad una Class Action nei confronti del governo stesso.

Infine, sarà bene ricordare che non è solo a livello nazionale che “lo spazio civico” viene quanto più ristretto: una gran parte dei comuni italiani (tra cui Rieti) nega ai cittadini il diritto (che pure riconosce a Statuto) di chiedere referendum cittadini. Ne avevamo scritto su “Il Dubbio” del 25 Luglio scorso e ci torneremo.

Il Comune di Rieti quanto ci mette a pagare le imprese?

L’indagine CSEL, la proposta di Radicali Italiani

Uno dei problemi che maggiormente strozzano le piccole e medie imprese sono i ritardi di pagamento delle Pubbliche Amministrazioni. Non è raro che le imprese falliscano pur vantando crediti da Stato, Comuni, ASL, o non possano accedere a gare o bandi perché non in regola, per mancanza di liquidità, sui contributi ai dipendenti.

Questo naturalmente impatta ancora di più in territori, come Rieti, dove i clienti pubblici sono preponderanti rispetto ai clienti privati.

A livello nazionale i crediti arrivano a 60 Miliardi di euro. A livello locale come va? Un recente rapporto dello Centro Studi Enti Locali (Csel) elaborata per l’Adnkronos, segnalato dalla pagina FB OpenRieti, ci dice che il 35% dei comuni capoluogo sfora i termini di legge per il saldo delle fatture; purtroppo questa percentuale sale al 67% al Sud, Sud in cui ormai Rieti appare saldamente in ogni statistica.

Sì, ma Rieti? Beh, dice il rapporto: “non conoscibile il dato di Rieti che non ha ottemperato all’obbligo di pubblicazione dell’indice di tempestività dei pagamenti 2022”; peraltro in compagnia di Novara, Brindisi, Siracusa.

Innanzitutto vediamo perché, poi cerchiamo di capire la situazione delle imprese creditrici.

Forse non tutti i cittadini sanno che il Comune di Rieti ha due diversi siti per la Trasparenza. Il primo ha traccia di questi indicatori ma si ferma al secondo trimestre del 2022 (insomma al subentro di Sinibaldi a Cicchetti).

Poi c’è il secondo in cui frettolosamente, a fine giugno, sono stati caricati i dati annuali 2022 e successivamente (il giorno dopo ferragosto) quelli del primo e secondo trimestre 2023. Non ci stupiremmo se questo affannoso tardivo recupero di pubblicazione dell’indice di tempestività sia stato sollecitato dall’indagine del CSEL.


Quando doveva essere pubblicato, questo indicatore? Il Decreto Del Presidente Del Consiglio Dei Ministri del 22 settembre 2014 dispone di farlo entro un mese da fine anno e fine trimestre. Per inciso, chiede anche che siano “in un formato tabellare aperto che ne consenta l’esportazione, il trattamento e il riutilizzo” cosa che non è, né con Cicchetti né con Sinibaldi.

Ma, a parte l’efficienza della comunicazione extra-social dell’amministrazione, i pagamenti come sono? E per altre amministrazioni pubbliche? Allora: è rientrata nella legalità (indice sotto allo zero, sono i giorni di saldo rispetto alla scadenza) negli ultimi tre anni la ASL, mentre in costante difetto oltre al Comune, sono anche Provincia e Prefettura.

Però non che questo indicatore dica tutto, giacché le amministrazioni hanno capito che per abbassarlo e fare migliore figura conviene pagare velocemente i grandi fornitori e rimandare i piccoli, ad esempio gli artigiani locali: meglio tanti piccoli creditori che pochi grandi!

Scopriamo infatti, dai dati che il Comune di Rieti rende disponibili, che il debito complessivo verso le imprese viaggia ultimamente tra i 6 milioni e gli 11 milioni di euro e che le imprese creditrici sono intorno alle 500; il credito medio per impresa varia nel tempo ma mai sotto i 13mila euro.

Per un’impresa come uscirne “strutturalmente” (intendiamo: a parte l’andare a raccomandare il saldo della fattura)?
Radicali Italiani ha in corso una raccolta firme su una proposta di legge di iniziativa popolare, messa a punto con la famosa CGIA di Mestre, che chiede che professionisti e imprese in credito con la pubblica amministrazione possano utilizzare questo credito per il pagamento di imposte e contributi oppure cederlo a un intermediario finanziario.

Sarà successivamente l’Agenzia delle Entrate, tramite i Ministeri, a recuperare la somma mediante riduzione delle somme a qualsiasi titolo dovute dallo Stato all’ente territoriale (escluse le ASL, che comunque a Rieti è virtuosa nei pagamenti).

Potete firmare la proposta ai tavoli radicali, all’URP del Comune, o online con SPID su https://radicali.it/firma/


Il Carcere di Rieti merita una diversa conoscenza

Informazione monopolizzata da un sindacato – La necessità di nominare il Garante Comunale

La morte per sciopero della fame e della sete della madre detenuta a Torino, senza che nessuno all’esterno sapesse di lei, ci tocca tutti come cittadini dello Stato che la aveva in custodia, ma richiede una riflessione anche a Rieti su cosa e come esce dagli istituti alla conoscenza della società libera.

Riflettiamo su questo perché nelle ultime settimane sono stati resi noti da uno dei sindacati di Polizia Penitenziaria (il SAPPE) episodi di aggressione a Rieti ai danni di agenti.

Come Sabina Radicale esprimiamo naturalmente la nostra solidarietà e vicinanza alla polizia penitenziaria di Rieti, per le condizioni di lavoro cui sono sottoposti lavoratori e lavoratrici, cronicamente sotto organico, e anche, nei casi in questione, per i rischi che derivano loro da una cattiva gestione in questo Paese della salute mentale, che spesso trova nel carcere la sua “soluzione”.

Diciamo questo perché i primi due fatti si riferiscono l’uno ad un episodio occorso in Ospedale da parte di un internato in REMS – cioè persona giudicata NON colpevole a causa della sua malattia mentale – e l’altro ad un episodio occorso in carcere durante l’accompagnamento in infermeria di un detenuto proveniente dal Reparto di Diagnosi e Cura di Reggio Emilia, dove peraltro esiste nel locale Penitenziario una sezione “Articolazione per la Tutela della Salute Mentale”, sezione assente a Rieti. E anche il terzo episodio viene riferito come legato ad una richiesta di psicofarmaci, il cui uso riguarda ufficialmente (vedi rapporto di Antigone dell’aprile scorso) quasi la metà dei detenuti.

Il problema che poniamo è però che, pur nella gravità degli episodi, l’immagine trasmessa dal sindacato SAPPE finisce per dare una visione parziale della vita all’interno dell’istituto e del rapporto tra detenuti e detenenti e quindi diversa da quella, di grande collaborazione e di rapporti sereni, che abbiamo sempre riscontrato nelle nostre visite. A questo scopo ricordiamo l’iniziativa www.devivedere.it di Radicali Italiani che si offre di portare cittadini in visita negli istituti.

Un sindacato non ha certo come mandato sociale il dare notizie, ma piuttosto rivendicare qualcosa per i suoi iscritti. E infatti quello che avviene è che si prenda spunto da queste comunicazioni per dar forza a proprie storiche richieste, come l’abbandono della vigilanza dinamica (cioè il fatto che i detenuti possano liberamente spostarsi all’interno della sezione e non rimangono chiusi in cella) e addirittura l’uso del Taser, che è concesso finora a Forze dell’Ordine “esterne”. Il Taser viene addirittura reclamato parlando di un pugno ricevuto da un agente, quando questa “pistola elettrica” ha una distanza minima operativa di 1,5 metri ed ottimale da 2 a 5 metri (secondo il Vademecum della Polizia di Stato, il quale raccomanda “la stessa attenzione con cui si tratta un’arma da fuoco”).

Il problema è però non tanto quello che questo sindacato propugna ma il suo monopolio dell’immagine che all’esterno si ha dell’Istituto di Vazia. Ad esempio nel 2022 ci sono state 7 aggressioni ai danni di agenti, ma anche 5 tentativi di suicidio (e 42 atti di autolesionismo) di cui nulla si è saputo fuori.

E’ importante quindi che del carcere si abbia una informazione più obiettiva; se ne escono solo episodi critici, e descritti con quel fine, la città di Rieti continuerà a guardare a quel mondo attraverso quella particolare lente. Non per niente, quando anni fa proponemmo a consiglieri comunali una visita, ci fu chi, avendo letto un comunicato sindacale di allora, rispose che preferiva aspettare che la situazione si calmasse.

Anche per questo, torniamo a chiedere all’Amministrazione Comunale (ma anche al Consiglio Comunale tutto) di concretizzare finalmente la nomina di un Garante dei Diritti delle Persone Private della Libertà, figura a titolo gratuito istituita ormai 10 anni fa e mai nominata; figura che possa anche riequilibrare l’informazione ed agevolare un rapporto, finora assente, tra l’istituto e la città